RACCONTI - CAMPANIA
'Na scarda 'e filosofo
la dignità rende l'uomo libero
Dialetto: Campania

'Na scarda 'e filosofo
“’A grazia d’a fatica!” - Così diceva il vecchietto curvo, un po’ sciancato, lercio e puzzolente che talvolta bussava al cancello del mio giardino.

Si era trovata una professione strana il tapinello o forse, e più verosimilmente, “’o mestiere” gliel’avevano cucito addosso decenni di miseria e umiliazioni, unendo filo a filo fierezza e dignità con i brandelli laceri e consunti di quelle, che in epoche passate, furono giacca, pantaloni e scarpe.

“’A grazia d’a fatica!”.

Il suo “lavoro”, mi disse un giorno, cominciava di buon’ora, la mattina.
«Primma ca schiara juorno, int’ a’ vernata!»,
ci tiene a precisare, fra casse di legumi e frutta ed erbe al mercato all’ingrosso di Marano.

«Scarreco, pulezzo, metto tutt’e cose accungiulill’ accungiulille – spiega con sussiego – bancune e marciappiede… ‘e faccio ascì nove!...»

Ma non gli danno paga, per queste marginali prestazioni. Immagino perché: lui vecchio, zoppo e mingherlino, non deve aver gran forza a muover casse e sacchi…
Ma ahimé nemmeno a far valere il suo diritto di manovale tartassato.
E poi, si sa, di padulani prodighi, non ce n’è mai stati.

Per compenso, gli danno dei limoni. Qualcuno sano e fresco, altri ammaccati, mosci o intristiti. Scarti, diciamo pure la parola, in cambio d’un lavoro certo di non molta qualità.

Cambio, però. Cioè pagamento, ricompensa per un’opera prestata. Non umiliante obolo elargito per pietà.

Più tardi, chiuso il mercato all’ingrosso, il vecchietto carica il misero fagotto dei limoni “’ncopp’ ‘o mezzo” e s’incammina.
Il suo “mezzo di lavoro”! Chiama così un’antica carriola che ancora, e c’è di che stupirsi, riesce a camminare. In pratica, un catino di ferro rugginoso tenuto con dei fili ad una ruota sghemba e due bastoni. Dentro, ha anche una specie di pala, una zappa, e una cazzuola.
S’incammina pian piano, la fretta è ormai finita, e si dirige ai viali del quartiere signorile:

«vaco ‘e ville! – dice – ma chianu chianu, tanto chillillà, ‘e signuri, se sòseno tardi è nun vonno essere rutte a mazzarella ‘e Saggiuseppe!...»

Lento va il vecchio, come per un rito. In processione, si accosta a ogni cancello e bussa. Una volta, due, tre… senza urgenza.
A chi risponde, lui offre il suo servizio. Sa fare di tutto, dice, e molto bene. Nell’orto, nel giardino, e dentro casa:

«E po’, nun teng’ bisogno ‘e niente!... tengo ‘e fierre mieje!…»
conclude, mostrando con orgoglio il rudere ambulante.

Non lo prende nessuno, questo è ovvio. Non dà l’idea, il nonnetto, che sappia far qualcosa, ed è repellente per come si presenta.
Tante profferte quindi, tanti rifiuti. Imbarazzati. Scuse inventate lì per lì, da gente ancora sonnacchiosa punto disposta a ritrovarsi in casa un carico di puzza e di miseria.

Ma lui non fa una grinza, non dispera, non si adira. Annuisce compunto a tanti pretesti rabberciati. Poi sorride e ringrazia; e pianamente, dalla borsa di plastica sdrucita, tira fuori un limone. Raramente due. E te lo offre:

«Eccuccà “Per i miei clienti affezionati”, so’ juto apposta ‘o mercato pe ‘e piglià, stamatina… ca chille sèrveno sempe!... frisco frisco!… p’o pesce, a’ ‘nzalata… L’aggio pigliato pe’ vui ca site amice miei!…»

Li prende, ora, gli spiccioli che ognuno gli darà. Non è elemosina. E’ lui, adesso, in posizione preminente. E’ lui che offre, dona, dispensa.

«’E denare?... m’e ppiglio, si!... ma sulo pe’ finezza co’ e “clienti”… ca si no lloro se sentesseno in suggezione!


Lucio Musto 21 nov. 2002
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Traduzione in italiano

Un filosofo piccolo piccolo
“La Grazia del Lavoro” - Così diceva il vecchietto curvo, un po’ sciancato, lercio e puzzolente che talvolta bussava al cancello del mio giardino.

Si era trovata una professione strana il tapinello o forse, e più verosimilmente, la “strana professione” gliel’avevano cucita addosso decenni di miseria e umiliazioni, unendo filo a filo fierezza e dignità con i brandelli laceri e consunti di quelle, che in epoche passate, furono giacca, pantaloni e scarpe.

“La Grazia del Lavoro”.

Il suo “lavoro”, mi disse un giorno, cominciava di buon’ora, la mattina. «prima del sole, quand’è inverno!», ci tiene a precisare, fra casse di legumi e frutta ed erbe al mercato all’ingrosso di Marano.

«Aiuto a scaricare, a riordinare!… - mi dice con sussiego - e certe volte, ripulisco anche i banchi, e il marciapiede!..»

Ma non gli danno paga, per queste marginali prestazioni. Immagino perché: lui vecchio, zoppo e mingherlino, non deve aver gran forza a muover casse e sacchi…
Ma ahimé nemmeno a far valere il suo diritto di manovale tartassato.
E poi, si sa, di padulani prodighi, non ce n’è mai stati.

Per compenso, gli danno dei limoni. Qualcuno sano e fresco, altri ammaccati, mosci o intristiti. Scarti, diciamo pure la parola, in cambio d’un lavoro certo di non molta qualità.

Cambio, però. Cioè pagamento, ricompensa per un’opera prestata. Non umiliante obolo elargito per pietà.

Più tardi, chiuso il mercato all’ingrosso, il vecchietto carica il misero fagotto dei limoni sul suo “mezzo di lavoro” e s’incammina.
Il suo “mezzo di lavoro”! Chiama così un’antica carriola che ancora, e c’è di che stupirsi, riesce a camminare. In pratica, un catino di ferro rugginoso tenuto con dei fili ad una ruota sghemba e due bastoni. Dentro, ha anche una specie di pala, una zappa, e una cazzuola.
S’incammina pian piano, la fretta è ormai finita, e si dirige ai viali del quartiere signorile: «”alle ville” - dice - tanto quelli, i signori, si alzano tardi, e si arrabbiano e uno li sveglia!»

Lento va il vecchio, come per un rito. In processione, si accosta a ogni cancello e bussa. Una volta, due, tre… senza urgenza.
A chi risponde, lui offre il suo servizio. Sa fare di tutto, dice, e molto bene. Nell’orto, nel giardino, e dentro casa: «E poi, lavoro con gli attrezzi miei!…» conclude, mostrando con orgoglio il rudere ambulante.

Non lo prende nessuno, questo è ovvio. Non dà l’idea, il nonnetto, che sappia far qualcosa, e repellente è come si presenta.
Tante profferte quindi, tanti rifiuti. Imbarazzati. Scuse inventate lì per lì, da gente ancora sonnacchiosa punto disposta a ritrovarsi in casa un carico di puzza e di miseria.

Ma lui non fa una grinza, non dispera, non si adira. Annuisce compunto a tanti pretesti rabberciati. Poi sorride e ringrazia; e pianamente, dalla borsa di plastica sdrucita, tira fuori un limone. Raramente due. E te lo offre:

«Per i miei clienti affezionati, sono andato a prenderlo al mercato stamattina. Fresco fresco!… buonissimo col pesce, l’insalata… L’ho preso per voi che siete amici miei!…»

Li prende, ora, gli spiccioli che ognuno gli darà. Non è elemosina. E’ lui, adesso, in posizione preminente. E’ lui che offre, dona, dispensa.

«I soldi?… li accetto, si. Ma solo per toglier d’imbarazzo i miei “clienti”!»



Lucio Musto 21 nov. 2002

Racconto inviato da: Lucio Musto