POESIE - MARCHE
L'urtima armunia
Nel mio paese (Recanati) un tempo erano le campane che scandivano le ore: l’Angelus, l’Ave Maria (‘n’ora de notte), etc.; annunciavano le morti: (Angunìa)dodici rintocchi per una donna e tredici per un uomo; preannunciavano ed accompagnavano le feste: la notte tra il 9 ed il 10 di dicembre tutte le campane di tutte le chiese insieme col Campanone della torre civica suonavano a distesa per annunciare l’arrivo (‘a Venuta) della Santa Casa a Loreto, il Sabato Santo verso mezzogiorno annunciavano la Resurrezione di Cristo e tutti i bambini sui prati, o dove potevano, facevano le capriole in segno di giubilo (i bambini che non potevano o non sapevano farle da soli venivano aiutati dalle madri). Le campane annunciavano anche i cambiamenti atmosferici: il vento, cambiando direzione, portava le voci di campane lontane; l’ultima campana della giornata avvertiva le donne di correre a raccogliere i panni stesi ad asciugare specialmente quelli dei bambini perché si credeva che col cadere delle tenebre il diavolo poteva prenderne possesso.
Dialetto: Marche

L'urtima armunia
Io so’ nata e cresciuta in mezzo i coppi
De ‘stu paese tutto tetti e pietre,
e ntri vasti silenzi e dendro a quiete
rotta qua e là, ‘gni tanto dai rintocchi
de e mille e più campane de re chiese.

Da quanno aprivo l’occhi de bbunora,
era e giurnate antiche aggià segnate
da ri sbatocchi e re scampanellate,
che bbuccaa prepotente da defora,
cù’ e voce a vò’ squillanti a vò’ ffelate.

Perché e campane d’ogni torre e chiese
Parea ciavesse voce e vuluntà’,
cu i tocchi se mettea a raccuntà’
l’avvenimenti e i fatti du paese,
mentre a faccenna te se ncantaa tra e mà’.

Dodici tocchi o tredici: Angunìa!
“Requiemeterne, Peppe stava male!”
“Scantinpace, ‘a purtato lì u ‘spedale!”
“Senti i tucchetti? Adè’ ru porta via!”
“Lù’ ha fenito a penà’, peggio chi rmane!”

Se u vento, che da nó’ ce se bbadurla,
cchiappanno ar volo e voce de campane,
mmischiava giù e nustrale cu e luntane,
te cujunava e ce giucava a ciurla,
strapazzannote i pagni e re perziane,

vulea di’ che u tempo se mbrujava.
E nuvole sbucaa fora da u Pincio,
mmucchiannose e spignennose de sguincio,
giù pr’a vallata a nebbia se ‘ffacciava,
e l’aria ne sapea comme de brencio.


Che parpiti ntru l’anima d’e gente
Se se ‘ffacciava Lù’ cu ‘llu vució’,
t’avrebbe mesto pure suggezzió’,
putei pure penzà’: “Che prepotente!”
Ma u core nostro era: U Campanó’!

Sentivi sott’a pella a vibrazzió’,
ancora prima de sentì’ u batocco
qui dendro u petto te sentivi u gnocco
e u core se rrimpia de cummuzzió’,
e u canto suo sbarzaa da coppo a coppo.

Un tocco e me svejavo a notte fonna.
Vecino u letto comme per magia,
un canto dorce, guaci ‘n’armunia
‘ccompagnaa a Venuta da Madonna.
‘Na speranza, un suriso e pruseguia.

Ruppea un silenzio nnerto de Pasció’,
comme ‘na mà’ che passa a sguascia via,
lascianno capriole de ‘llegria
a scampanata d’a Resurrezzió’.
Pregaa cuscì i bardasci che ‘n capia.

Se sgumitaa e rondule lì u spiazzo
Pe ‘ccaparrasse l’urtime sperelle,
bardasce cu re voce ridarella
era e campane de u Mese de Maggio,
profumava de rose pure e stelle.

Nun c’era festa piccoletta o grossa
Che nun ciavésse avuto e scampanate.
Più a festa granna più longhe e sbatuccate,
cun tutte e gente pronte pe ‘nnà’ a messa,
tutte vestite bè’, tutte rliccate.

E sbatuccanno prucedea a giurnata,
da a prima messa fino all’Emmaria,
currenno a rcoje i pagni a tirà’ via
prima che a prima stella sia sbucata.
‘N’ora de notte: l’urtima armunia!



Traduzione in italiano

L'ultima armonia
Io sono nata e cresciuta tra le tegole
di questo paese tutto tetti e pietre
e nei vasti silenzi e nella quiete
rotta di tanto in tanto dai rintocchi
delle mille e più campane delle chiese.

Da quando aprivo gli occhi la mattina presto
le giornate dal tempo immemorabile immutabili erano segnate
dal suono dei vari tipi di campane
che entravano prepotenti da fuori
con voci a volta squillanti a volte flebili.

Perché le campane di ogni torre e chiesa
sembravano avere voci e volontà proprie.
Con il loro suono si mettevano a raccontare
le vicende (ed i pettegolezzi) del paese,
mentre si sospendeva per un attimo il lavoro per porgere l’orecchio al messaggio.

Dodici tocchi o tredici: suonava a morto!
“Requiem aeternam, Peppe era malato!” (si facevano ipotesi sull’identità del morto pensando a chi si sapeva che era molto malato. Spesso lo si faceva morire anzitempo)
“Riposi in pace, l’hanno portato all’ospedale!” (l’ospedale era l’ultima risorsa)
“Senti i rintocchi (della campana a morto quando la salma esce dalla chiesa), ora lo portano al cimitero!”
“Lui ha finito di penare. Chi resta no!”

Se il vento che da noi bighellona e perde tempo,
prendendo al volo la voce delle campane,
mescolava quelle del rione con quelle più lontane (che di solito non si sentivano),
si prendeva gioco di te,
facendo attorcigliare i panni stesi e sbattere le persiane,

era segno che il tempo si stava facendo brutto,
le nuvole sbucavano da dietro il Colle dell’Infinito,
ammucchiandosi e spingendosi di traverso,
cominciava a salire la nebbia dalla vallata,
e l’aria si faceva agra.

Che emozione nell’anima delle persone,
se si sentiva Lui con quella voce potente,
poteva metterti in soggezione,
potevi pure pensare che fosse prepotente,
ma era il nostro cuore: il Campanone (la campana più grande della torre civica, segnava feste religiose e civili).

Si sentiva sotto la pelle la vibrazione,
ancora prima di sentire il suono,
qui nel petto ti sentivi un non so che,
il cuore si riempiva di commozione,
ed il suo canto rimbalzava da coppo a coppo.

Già al primo rintocco mi svegliavo in piena notte,
vicino al letto come per magia,
un dolce canto, una armonia, (tutte le campane del paese suonavano)
accompagnava la Venuta della Madonna,
una speranza, un sorriso, e la Madonna proseguiva i suo viaggio verso Loreto.

Rompeva un silenzio profondo, spesso, di Passione (dal martedì al sabato Santo le campane non suonavano, il mezzogiorno veniva annunciato dal passaggio della Scandula: una tavola sulla quale sono incernierati due pezzi di ferro che sbattendo sul legno producono un suono secco e triste. ‘A scandula era portata in giro per il paese da un Saccó’ – uno degli uomini che il Venerdì Santo partecipano alla Processione del Cristo morto vestendo lunghi sai bianchi o neri)
Come una mano che passando porta via il dolore,
lasciando capriole di allegria,
il suono delle campane della Resurrezione.
Pregavano così i bambini che non capivano. (vedi introduzione)

Si facevano largo a gomitate le rondini nel piazzale,
per accaparrarsi gli ultimi raggi di sole,
bambine che ridevano,
erano le campane della Benedizione del Mese di Maggio,
profumavano di rose anche le stelle.

Non c’era festa piccola o grande
che non avesse la sua parte di suoni di campane.
Più la festa era grande più lunghi gli scampanii
con le persone pronte per la messa
tutte con gli abiti della festa.

E sul suono delle campane procedeva la giornata,
dalla prima messa fino all’Ave Maria,
correndo svelti a raccogliere i panni stesi
prima che fosse spuntata la prima stella.
La campana dell’Ave Maria era l’ultima armonia.


Racconto inviato da: Maria Teresa Bonifazi